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Academy Studio Ponchio · percorso 2026

Percorso base di contabilità e bilancio

Dodici capitoli per capire come è fatto un bilancio e cosa dicono davvero i numeri, pensati per imprenditori, soci e clienti che vogliono leggere il proprio bilancio senza doverlo registrare: nessuna scrittura contabile da eseguire, un caso guidato completo alla fine di ogni livello di comprensione.

Percorso di lettura, non operativo12 capitoli3 livelliAssistente AI via API OpenAIFonti vigenti alla data indicata

Percorso base

Capire un bilancio prima di doverlo produrre.

Questo percorso non insegna a registrare le scritture contabili — per quello esiste il percorso avanzato di questa stessa Academy, pensato per chi tiene la contabilità. Qui l'obiettivo è leggere un bilancio con metodo: capire cosa sono i suoi documenti, riconoscere le voci più delicate, calcolare e interpretare gli indici che dicono se un'azienda è redditizia, solida e liquida.

01

Orientarsi

Cos'è il bilancio, chi è obbligato a farlo, e il linguaggio minimo per leggerlo senza doverlo produrre.

Livello 1 · Capitolo 01

Perché esiste il bilancio e chi è obbligato a farlo

Domande frequenti
Chi è obbligato a redigere il bilancio d'esercizio?
L'obbligo non discende dal fatturato, ma dalla forma giuridica dell'attività: riguarda le società di capitali (S.r.l., S.p.a., S.a.p.a.) e le cooperative, tenute a uno schema legale e al deposito pubblico presso il registro delle imprese (art. 2423 c.c.); imprenditori individuali, società di persone e liberi professionisti sono soggetti a obblighi contabili diversi e meno estesi.
Un libero professionista deve fare il bilancio come un'azienda?
No. Il professionista non è un imprenditore in senso tecnico — manca l'organizzazione in forma d'impresa richiesta dall'art. 2082 c.c. — e segue regole contabili proprie, non lo schema di bilancio delle società di capitali.
Cosa rischia il socio di una società di persone se l'azienda ha debiti?
Il patrimonio personale, ma solo dopo che quello della società si è dimostrato insufficiente (artt. 2267, 2291, 2304, 2313 c.c.) — a differenza delle società di capitali, dove risponde solo la società.
Entro quanto tempo va depositato il bilancio al registro delle imprese?
Entro trenta giorni dall'approvazione da parte dei soci (art. 2435 c.c.).

Chi apre un'attività raramente lo fa pensando al bilancio. Pensa al prodotto, ai primi clienti, a quanto costa affittare un locale. Il bilancio arriva dopo, spesso vissuto come un adempimento imposto dal commercialista — mentre è la cosa più vicina a un termometro che un'azienda possieda: dice, con dodici mesi di ritardo ma senza sconti, se quello che si sta facendo funziona in un determinato periodo, chiamato in gergo «esercizio» — di norma un anno solare.

La prima cosa da capire è che l'obbligo di fare il bilancio non è uguale per tutti, perché non tutte le attività sono uguali davanti alla legge. Avere la partita IVA, da sola, non basta a definire nulla: un libero professionista — un consulente, un avvocato, lo stesso commercialista — non è un imprenditore in senso tecnico, perché manca l'elemento che la legge richiede per esserlo, l'organizzazione in forma d'impresa (art. 2082 c.c.), e segue regole contabili proprie. Chi invece organizza in proprio un'attività commerciale, senza costituire una società, è un imprenditore individuale: risponde dei debiti con tutto il proprio patrimonio personale — con l'eccezione, per i debiti fiscali, della sola abitazione principale non di lusso, che la legge protegge dall'espropriazione — e ha comunque due obblighi contabili minimi, il libro giornale e il libro degli inventari (artt. 2214-2220 c.c., per chi esercita attività commerciale). Chi lavora quasi da solo, con il proprio lavoro e quello della propria famiglia a prevalere nettamente sul capitale investito, rientra nella figura del «piccolo imprenditore» (art. 2083 c.c.) ed è esonerato anche da questi ultimi: non è una questione di quanto fattura, ma di come lavora.

Chi invece si mette in società sceglie, di fatto, quanto della propria vita personale vuole mettere in gioco. Una società di persone — semplice (che può svolgere solo attività non commerciale, tipicamente agricola o di gestione immobiliare), in nome collettivo, in accomandita semplice — lascia i soci esposti con il proprio patrimonio personale, il quale può essere aggredito dai creditori sociali solo dopo che si è dimostrato insufficiente quello della società (artt. 2267, 2291, 2304, 2313 c.c.). Una società di capitali — S.r.l., S.p.a., S.a.p.a., oltre alle cooperative che seguono in gran parte le stesse regole — inverte la logica: è la società stessa, con il proprio patrimonio, a rispondere dei debiti, e il socio nella normalità dei casi rischia solo quanto ha versato. È un vantaggio — l'autonomia patrimoniale perfetta — che la legge fa pagare con un prezzo preciso: la trasparenza. Le società di capitali devono redigere il bilancio d'esercizio secondo uno schema fissato per legge, depositarlo pubblicamente al registro delle imprese entro trenta giorni dall'approvazione (art. 2435 c.c.) e farlo leggere a chiunque — fornitori, banche, concorrenti, un cliente che sta decidendo se fidarsi.

Questo non significa che chi non ha l'obbligo di legge possa ignorare il bilancio: lo fa comunque, nei fatti, ogni volta che chiede un fido in banca o cerca un fornitore disposto a fargli credito — solo senza lo schema imposto e senza il deposito pubblico. È qui che il bilancio smette di essere un obbligo e diventa un documento che parla a più persone contemporaneamente, ciascuna con una domanda diversa. Una banca vuole sapere se l'azienda sarà in grado di restituire un prestito. Un fornitore vuole sapere se verrà pagato. Un socio che non partecipa alla gestione vuole sapere se il capitale che ha messo sta rendendo o si sta consumando. Il fisco vuole sapere quanto reddito è stato prodotto. Lo stesso imprenditore, se lo legge con metodo invece che limitarsi a firmarlo, può scoprire cose che la sola cassa in banca non gli avrebbe mai detto — perché, come si vedrà nei prossimi moduli, avere soldi in banca e aver fatto un buon anno sono due affermazioni diverse, che possono anche non coincidere.

Cosa serve per iniziare

  • La forma dell'attività (professionista, impresa individuale, società di persone, società di capitali) determina già da sola obblighi contabili e responsabilità molto diversi: è la prima domanda da farsi, prima ancora di guardare un numero.
  • Le scritture contabili obbligatorie minime — libro giornale e libro degli inventari — riguardano l'imprenditore commerciale che non rientra fra i piccoli imprenditori; il bilancio in senso tecnico, con lo schema di legge e il deposito pubblico, riguarda le società di capitali (e le cooperative).
  • Il bilancio non è mai un documento per una sola persona: nello stesso testo convivono la lettura del fisco, quella della banca, quella del socio e quella dell'imprenditore — e non sempre raccontano la stessa cosa allo stesso modo. Anche chi non ha l'obbligo di legge lo fa comunque, nei fatti, ogni volta che chiede fiducia a una banca o a un fornitore.

Livello 1 · Capitolo 02

I documenti del bilancio: stato patrimoniale, conto economico, rendiconto finanziario, nota integrativa

Domande frequenti
Quali documenti compongono il bilancio d'esercizio?
Quattro, previsti dall'art. 2423 c.c.: lo stato patrimoniale (la situazione patrimoniale alla data di chiusura), il conto economico (il risultato economico dell'esercizio), il rendiconto finanziario (i flussi di cassa dell'anno) e la nota integrativa, che ne illustra i criteri di redazione.
Qual è la differenza tra stato patrimoniale e conto economico?
Lo stato patrimoniale fotografa la situazione a una data precisa — cosa l'azienda possiede e deve; il conto economico misura il risultato prodotto durante l'intero esercizio.
Cosa si trova nella nota integrativa di un bilancio?
I criteri di valutazione delle voci più delicate (magazzino, crediti, immobilizzazioni), le variazioni delle immobilizzazioni, i compensi degli amministratori, il numero medio dei dipendenti e gli impegni o le garanzie non evidenti nei due prospetti numerici.
Le micro-imprese devono redigere la nota integrativa?
Possono esserne esonerate (art. 2435-ter c.c.), a condizione di riportare comunque in calce allo stato patrimoniale le informazioni essenziali su impegni, garanzie e compensi agli amministratori.

Un errore comune, per chi al bilancio si avvicina da fuori, è pensare che sia un unico foglio con un numero finale — l'utile, o la perdita — che riassume tutto. Non è così, e non lo è per una ragione precisa: un numero solo non basta a rispondere alla domanda «come sta questa azienda», perché dentro quella frase ci sono più domande diverse. Quanto ha guadagnato o perso nell'ultimo anno? Cosa possiede e cosa deve, alla data di chiusura dell'esercizio? E i soldi, concretamente, da dove sono arrivati e dove sono finiti? Sono fotografie diverse, scattate con obiettivi diversi, e il codice civile le tiene infatti separate in documenti distinti: stato patrimoniale, conto economico e rendiconto finanziario, accompagnati da un quarto documento — la nota integrativa — che serve a spiegare i primi tre (art. 2423 c.c.). Questo capitolo si concentra sui primi due e sulla nota integrativa, che si leggono sempre insieme; il rendiconto finanziario, più tecnico, ha un capitolo tutto suo più avanti nel corso (capitolo 11) — qui basti sapere che esiste, ed è obbligatorio per le imprese che redigono il bilancio in forma ordinaria (non per quelle che si avvalgono degli schemi abbreviati o da micro-impresa, più leggeri per le aziende più piccole).

Lo stato patrimoniale è la fotografia statica: cosa c'è dentro l'azienda alla data di chiusura dell'esercizio. Da una parte l'attivo — tutto quello che l'azienda possiede o vanta come credito: immobili, macchinari, magazzino, soldi in banca, quanto i clienti devono ancora pagare. Dall'altra il passivo in senso stretto — tutto quello che l'azienda deve a qualcun altro: banche, fornitori, dipendenti, fisco — e, dentro lo stesso passivo, il patrimonio netto: attivo meno debiti, fondi e trattamento di fine rapporto, cioè quanto «appartiene» ai soci secondo i criteri di valutazione del bilancio. È un valore contabile, non il prezzo a cui l'azienda potrebbe essere venduta oggi — un concetto su cui si tornerà, perché è la fonte di equivoco più comune fra chi legge un bilancio per la prima volta.

Il conto economico è invece la fotografia in movimento: non cosa c'è oggi, ma cosa è successo durante l'anno. Da una parte i ricavi — tutto ciò che l'attività ha generato vendendo beni o servizi. Dall'altra i costi — tutto ciò che è stato speso per generarli: materie prime, personale, affitti, ammortamenti. La differenza è il risultato d'esercizio: utile se i ricavi superano i costi, perdita nel caso opposto. È il numero che di solito interessa per primo, e non a torto, ma da solo racconta solo metà della storia — dice se l'anno è stato buono, non se l'azienda nel suo complesso è solida.

La nota integrativa è il documento che i primi due, da soli, richiederebbero: senza di essa, molte voci di stato patrimoniale e conto economico resterebbero numeri senza contesto. È lì che si trovano, fra le altre cose, i criteri usati per valutare le voci più delicate del bilancio — magazzino, crediti, immobilizzazioni — le variazioni intervenute durante l'anno, i compensi degli amministratori, il numero medio dei dipendenti, gli impegni e le garanzie che non compaiono altrove nei due prospetti (dal 2016 non esistono più i vecchi «conti d'ordine» in calce allo stato patrimoniale: quell'informazione vive solo qui). I due prospetti numerici dicono quanto, la nota dice come si è arrivati a quel quanto — ed è spesso lì, non nei numeri in grassetto, che si nasconde l'informazione che davvero cambia il giudizio su un'azienda. Le imprese più piccole, che redigono il bilancio in forma di micro-impresa, possono essere esonerate dalla nota integrativa vera e propria, a condizione di riportare comunque in calce allo stato patrimoniale le informazioni essenziali su impegni/garanzie e compensi agli amministratori: anche per loro, quindi, quell'informazione non sparisce — cambia solo dove viene scritta.

Dove si trova cosa, in pratica

Un imprenditore che riceve il proprio bilancio dal commercialista, o quello di un potenziale partner commerciale, si trova spesso davanti a dieci pagine senza sapere da dove cominciare. Un punto di partenza pratico, prima ancora di entrare nel dettaglio delle singole voci — materia dei prossimi capitoli — è sapere in quale dei tre documenti cercare una determinata risposta:

  • «Quanto valgono, secondo il bilancio, i mezzi propri dei soci?» — stato patrimoniale, guardando il patrimonio netto (che resta un valore contabile: quanto l'azienda varrebbe se si vendesse davvero è un'altra domanda, e di norma un numero diverso).
  • «Ha guadagnato o perso, l'anno scorso?» — conto economico, guardando il risultato d'esercizio.
  • «Con quale criterio è stato valutato il magazzino, o un credito in sofferenza?» — nota integrativa.
  • «Quanto guadagnano gli amministratori? Quanti dipendenti ci sono in media?» — nota integrativa.
  • «Ci sono garanzie prestate a favore di terzi che non si vedono nei due prospetti? Ci sono beni in leasing che non compaiono nell'attivo?» — nota integrativa, fra gli impegni e le garanzie.

Non è un caso che le domande che riguardano «il come» finiscano quasi sempre nella nota integrativa: è il documento pensato apposta per accogliere ciò che un numero, da solo, non può dire.

Livello 1 · Capitolo 03

Il linguaggio dei numeri: dare/avere e competenza economica

Domande frequenti
Cosa sono dare e avere, e cos'è la competenza economica?
Nella partita doppia, dare e avere sono le due sezioni di un conto in cui si registra ogni operazione, senza implicare un giudizio di segno positivo o negativo. Il principio di competenza economica (art. 2423-bis c.c.) impone di imputare costi e ricavi all'esercizio a cui si riferiscono, indipendentemente dal momento dell'incasso o del pagamento.
La quadratura tra dare e avere garantisce che il bilancio sia corretto?
No: garantisce solo che non manchi una registrazione. Un importo corretto scritto sul conto sbagliato quadra comunque, e solo un controllo di merito lo individua.
La competenza economica civilistica coincide con quella fiscale?
Non sempre. La competenza fiscale segue proprie regole (art. 109 TUIR) e può differire da quella di bilancio, generando le variazioni in aumento o in diminuzione applicate in dichiarazione dei redditi.
Dove si registrano le operazioni di un'azienda durante l'anno?
Nel libro giornale, in ordine cronologico, e nel libro degli inventari — le scritture contabili obbligatorie per l'imprenditore commerciale.

Questo capitolo non insegna a registrare una scrittura contabile — per quello, se un giorno servirà strutturare davvero le rilevazioni in un programma di contabilità, esiste il percorso avanzato di questa stessa Academy. Qui l'obiettivo è più modesto e, per chi legge un bilancio senza doverlo produrre, più utile: capire perché i numeri sono scritti come sono scritti, così da non restarne spiazzati.

Dare e avere non sono «buono» e «cattivo». È probabilmente il primo equivoco da togliersi di mezzo. Nel linguaggio comune «avere un credito» suona positivo e «essere in dare con qualcuno» suona negativo, ma in contabilità dare e avere sono solo le due colonne di un conto — una convenzione di collocazione, non un giudizio, per quanto non arbitraria: un aumento di cassa, di un credito o di un costo si scrive in dare, un aumento di un debito, del patrimonio netto o di un ricavo si scrive in avere. Il sistema della partita doppia richiede che ogni fatto amministrativo venga registrato in due sezioni contrapposte — anche su più conti, se l'operazione lo richiede — in modo che il totale delle due colonne torni sempre identico. È un controllo incorporato, ma parziale: se il dare e l'avere non combaciano, un errore c'è di sicuro da qualche parte; se combaciano, non è detto che non ce ne sia comunque uno — una cifra giusta finita sul conto sbagliato quadra lo stesso, e quello lo scoprirebbe solo un controllo di merito, non la semplice somma delle due colonne.

La seconda cosa da capire, più importante della prima per chi legge (non scrive) un bilancio, è la competenza economica. È il principio per cui un costo o un ricavo si registrano nell'anno a cui si riferiscono, non nell'anno in cui è entrato o uscito il denaro — lo dice esplicitamente il codice civile (art. 2423-bis c.c.): si deve tener conto dei proventi e degli oneri di competenza dell'esercizio, indipendentemente da quando sono stati incassati o pagati. Un esempio rende l'idea meglio di qualunque definizione: un'azienda paga il 1° novembre un premio assicurativo di 1.200 euro, per una copertura di dodici mesi. La spesa esce tutta a novembre, ma nel bilancio dell'anno in corso comparirà solo la quota riferita al periodo di copertura che ricade in quell'esercizio — due mesi su dodici, quindi 200 euro — mentre i restanti 1.000 euro finiranno nel bilancio dell'anno successivo, «congelati» in un conto che si chiama risconto attivo, per essere poi scaricati come costo al momento giusto. Chi guardasse solo il conto corrente penserebbe che quell'azienda abbia speso 1.200 euro a novembre; chi guarda il bilancio, correttamente, vede quella spesa distribuita nei mesi a cui davvero appartiene. Si tornerà su questo meccanismo, con più casi, nel capitolo 7.

Questa distinzione — fra momento in cui si muovono i soldi e momento in cui un costo o un ricavo è davvero «di competenza» — è la ragione per cui un'azienda può chiudere l'anno in utile e avere comunque poca cassa in banca, o viceversa avere il conto corrente pieno e aver chiuso in perdita. Non è un'incoerenza del bilancio: è la conseguenza diretta del fatto che utile e cassa rispondono a due domande diverse. Il rendiconto finanziario — uno dei documenti del bilancio, introdotto nel capitolo precedente e ripreso più a fondo nel capitolo 11 — esiste proprio per raccontare quella seconda domanda, quella che stato patrimoniale e conto economico da soli non riescono a esaurire.

Un'ultima avvertenza, per chi un giorno leggesse anche una dichiarazione dei redditi: la competenza che conta ai fini civilistici, quella appena descritta, non sempre coincide con la competenza fiscale, che segue proprie regole (art. 109 TUIR) e può differire da quella di bilancio — da cui nascono le variazioni in aumento o in diminuzione che il commercialista applica in dichiarazione. Sono due letture dello stesso fatto, con finalità diverse: nessuna delle due è «quella sbagliata».

Il conto, in breve

Ogni voce che compare in un bilancio — cassa, un fornitore, il costo del personale — nasce da un «conto»: un contenitore che accumula tutti i movimenti relativi a quella voce durante l'anno, con la sua colonna dare e la sua colonna avere. Non serve saperli aprire o movimentare per leggere un bilancio; serve sapere che dietro ogni riga che si legge in stato patrimoniale o conto economico c'è stato, durante l'anno, un lavoro di registrazione fatto conto per conto — annotato nel libro giornale e riepilogato nel libro degli inventari, le stesse scritture obbligatorie viste nel capitolo 1 — e non un calcolo fatto a fine anno tutto in una volta: è quel lavoro, giorno per giorno, a garantire che i numeri finali siano affidabili.

02

Capire le voci

Le voci di bilancio più comuni spiegate per quello che significano, non per come si registrano: immobilizzazioni, magazzino, fondi, ratei e risconti.

Livello 2 · Capitolo 04

Le immobilizzazioni e l'ammortamento

Domande frequenti
Cos'è l'ammortamento in bilancio?
È la ripartizione sistematica del costo di un'immobilizzazione sugli esercizi corrispondenti alla sua vita utile stimata (art. 2426 c.c.), anziché la sua integrale imputazione all'esercizio di acquisto. Fanno eccezione i terreni, che non si ammortizzano in quanto privi di vita utile limitata.
Come si calcola la quota di ammortamento annuale?
Dividendo il costo del bene — al netto dell'eventuale valore residuo stimato — per gli anni di vita utile; il metodo più diffuso è a quote costanti, anche se sono ammessi metodi a quote decrescenti o commisurate all'uso.
Quando si può rivalutare un'immobilizzazione?
La rivalutazione vera e propria è preclusa dalla regola generale, salvo leggi speciali. È invece obbligatorio il ripristino di valore, dopo una svalutazione, se ne vengono meno i motivi: non è la stessa cosa.
I coefficienti del D.M. 31/12/1988 stabiliscono l'ammortamento civilistico?
No: fissano solo il tetto alla quota fiscalmente deducibile. L'ammortamento civilistico deve riflettere la vita utile reale del bene, anche se molte aziende allineano i due piani per comodità.

Un capannone, un macchinario, un software gestionale acquistato con licenza pluriennale: sono tutte cose che un'azienda compra una volta e usa per anni. Il buon senso suggerisce che il loro costo dovrebbe pesare sul bilancio non tutto insieme, nell'anno dell'acquisto, ma spalmato negli anni in cui quel bene viene effettivamente usato per produrre ricavi — altrimenti un'azienda che investe apparirebbe in grave perdita proprio nell'anno in cui sta gettando le basi per crescere, e in utile artificioso negli anni successivi, quando di quel bene continua a beneficiare senza più pagarne il prezzo. Il bilancio segue esattamente questo buon senso, e lo fa attraverso l'ammortamento.

Cosa sono le immobilizzazioni. Sono, appunto, i beni destinati a restare durevolmente nell'azienda — non le merci comprate per essere rivendute, che sono un'altra categoria con logiche proprie (se ne parla nel prossimo capitolo). Si dividono in tre famiglie: materiali (capannoni, macchinari, automezzi, tutto ciò che ha una consistenza fisica), immateriali (brevetti, marchi, software, l'avviamento pagato per rilevare un'attività — quest'ultimo iscrivibile solo se acquisito a pagamento, mai se generato internamente) e finanziarie (partecipazioni in altre società, titoli tenuti a lungo termine). Il punto di partenza per valutarle è, per tutte e tre, il costo — quanto sono effettivamente costate, comprese le spese accessorie necessarie a renderle utilizzabili, come il trasporto o l'installazione di un macchinario (art. 2426 c.c.) — ma solo le prime due si ammortizzano: le immobilizzazioni finanziarie non si consumano con l'uso come un macchinario, e restano al costo (salvo perdite di valore, di cui si dirà) fino a quando non vengono vendute.

Come funziona l'ammortamento, in pratica. Il costo di un bene con vita utile limitata — un macchinario si usura, un brevetto ha una scadenza — viene ripartito sistematicamente sugli anni in cui si stima che il bene resterà utile all'azienda (art. 2426 c.c.), e quella quota si scarica come costo in ciascun bilancio, anno dopo anno, fino a esaurimento del valore. A essere ripartito non è sempre l'intera somma pagata: se si prevede già di poter rivendere il bene a fine vita utile per un importo residuo stimabile, è il costo al netto di quel valore residuo a essere diviso negli anni — nella maggior parte dei casi pratici, però, il valore residuo previsto è nullo o trascurabile, e la differenza sparisce. Un macchinario pagato 100.000 euro, con una vita utile stimata di dieci anni e nessun valore residuo atteso, genera un costo di ammortamento di 10.000 euro l'anno con il metodo più diffuso, a quote costanti (esistono anche metodi a quote decrescenti o commisurate all'uso effettivo del bene, meno comuni nella prassi) — non perché quella sia la spesa reale sostenuta in quell'anno (i 100.000 euro sono già usciti dalla cassa al momento dell'acquisto), ma perché è la quota di quel costo che compete a quell'anno, secondo la logica di competenza economica vista nel capitolo precedente. L'ammortamento comincia da quando il bene è pronto e disponibile all'uso, non da quando viene pagato — se entra in funzione a metà anno, la prima quota si riduce proporzionalmente. Con il passare del tempo, il valore del bene che compare in stato patrimoniale — il cosiddetto valore netto contabile — si riduce progressivamente, fino ad arrivare, all'ultimo anno di vita utile stimata, al valore residuo previsto (zero, nella maggior parte dei casi). Fa eccezione il terreno su cui sorge un fabbricato, che per sua natura non si consuma con l'uso e quindi non si ammortizza: quando un capannone viene acquistato insieme al terreno su cui poggia, il valore dei due va tenuto separato proprio per questo.

La vita utile non è un dato oggettivo scolpito nella pietra: è una stima, per quanto guidata da prassi consolidate per tipologia di bene, e come ogni stima può rivelarsi sbagliata. Se un macchinario dura molto più a lungo di quanto previsto, o smette di funzionare prima, il piano di ammortamento va rivisto — non è un errore da nascondere, ma un aggiustamento fisiologico di una previsione fatta anni prima con le informazioni disponibili allora.

Chi legge il proprio bilancio troverà spesso, accanto all'ammortamento appena descritto, anche un riferimento a coefficienti fissati per settore da un decreto ministeriale del 1988: è un ammortamento fiscale, diverso da quello di bilancio, che non stabilisce quanto ammortizzare ma quanto di quell'ammortamento sia deducibile ai fini delle imposte. Molte aziende, per comodità, allineano il piano civilistico a quei coefficienti — legittimo solo quando i tempi che ne derivano rispecchiano davvero la vita utile reale del bene, non quando la seguono meccanicamente.

Quando un bene perde valore prima del previsto. Se un macchinario si guasta irrimediabilmente, o un brevetto perde di colpo interesse commerciale, in modo che si preveda duraturo nel tempo — non una flessione temporanea, che da sola non basta — il solo ammortamento programmato non rappresenta più la realtà: serve una svalutazione, che riduce il valore contabile del bene per riportarlo a quello che effettivamente vale. È un'eccezione al principio del costo, giustificata dal principio di prudenza: meglio riconoscere subito una perdita di valore certa che lasciarla, non registrata, a gonfiare il patrimonio sulla carta. Se negli anni successivi i motivi di quella svalutazione vengono meno — il mercato del bene si riprende, per esempio — il valore va ripristinato fino al costo originario ammortizzato: non è una rivalutazione, è la correzione di una previsione che si è rivelata superata, ed è un obbligo, non una facoltà. La vera rivalutazione — portare un bene a un valore superiore al costo che davvero costò, senza che ci sia stata prima una svalutazione da correggere — resta invece preclusa dalla regola generale, salvo leggi speciali che la consentano espressamente: il bilancio, per scelta, tende a essere prudente sui guadagni non ancora realizzati e tempestivo sulle perdite durature.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Un'azienda che investe molto in beni durevoli avrà, nei primi anni, un conto economico appesantito da ammortamenti importanti — un segnale che va letto per quello che è, non come un campanello d'allarme automatico. Confrontare il risultato d'esercizio di due aziende senza guardare quanto stanno ammortizzando può portare a conclusioni sbagliate: quella con l'utile più basso potrebbe semplicemente essere quella che ha investito di più, e ne beneficerà negli anni a venire.

Livello 2 · Capitolo 05

Il magazzino: rimanenze e metodi di valutazione

Domande frequenti
Come si valutano le rimanenze di magazzino?
Al costo specifico per i beni identificabili singolarmente; per i beni fungibili il codice civile ammette, in alternativa, il criterio FIFO, LIFO o del costo medio ponderato (art. 2426 c.c.), con effetti diversi sull'utile dichiarato e sul carico fiscale a parità di magazzino fisico.
Il LIFO è penalizzato dal fisco italiano?
No. È un criterio ordinario quanto FIFO e costo medio ponderato secondo il codice civile, ed è anzi il riferimento per il valore minimo fiscale (art. 92 TUIR); è invece vietato per chi redige il bilancio secondo i principi IAS/IFRS.
Si può cambiare il criterio di valutazione del magazzino ogni anno?
No: il principio di continuità (art. 2423-bis c.c.) impone di mantenere il criterio scelto nel tempo, salvo casi eccezionali motivati in nota integrativa.
Cosa succede se il valore di mercato delle rimanenze scende sotto il costo?
Il valore in bilancio si riduce al valore di realizzazione desumibile dal mercato, per il principio di prudenza — salvo ripristino negli anni successivi se le condizioni che avevano giustificato la riduzione vengono meno.

Immaginate due aziende identiche, stesso magazzino fisico, stessi prodotti, stessa quantità di merce rimasta invenduta a fine anno. Possono chiudere il bilancio con un utile diverso, anche sensibilmente diverso, semplicemente perché hanno scelto due metodi diversi per valutare quella merce. Non è un trucco contabile: è una conseguenza inevitabile del fatto che, quando si compra la stessa merce più volte durante l'anno a prezzi che cambiano, bisogna decidere quale criterio usare per stabilire quanto vale quello che è rimasto.

Perché il magazzino non è un costo come gli altri. Quando un'azienda acquista merce, quel costo non finisce subito e per intero nel conto economico: finché la merce resta invenduta, è un valore che si sposta nell'attivo dello stato patrimoniale — le rimanenze — in attesa di «diventare» un costo nel momento in cui la merce viene venduta e genera un ricavo. È lo stesso principio di competenza visto nei capitoli precedenti: il costo di ciò che non è stato ancora venduto non appartiene a quest'anno, ma all'anno in cui la vendita avverrà davvero.

Il problema pratico: quale prezzo attribuire a ciò che resta. Per un bene identificabile singolarmente — un'automobile, un macchinario, un'opera unica — la regola generale non lascia dubbi: si segue il prezzo effettivo di quel pezzo specifico, il costo specifico (art. 2426 n. 9 c.c.). Il problema vero comincia con i beni fungibili — indistinguibili l'uno dall'altro una volta in magazzino, come bulloni, materie prime liquide o merce comprata a lotti — perché per questi il codice civile ammette, in alternativa, tre criteri convenzionali (art. 2426 n. 10 c.c.):

  • FIFO (dall'inglese, «primo entrato, primo uscito») — si presume che venga venduta per prima la merce acquistata per prima, e quindi la merce rimasta in magazzino è quella comprata più di recente. In un periodo di prezzi in aumento, questo metodo fa apparire in magazzino i costi più alti (i più recenti), e quindi tende a mostrare un utile più alto rispetto ad altri criteri, perché il costo scaricato a conto economico si riferisce agli acquisti più vecchi, più economici.
  • LIFO (dall'inglese, «ultimo entrato, primo uscito») — l'esatto opposto: si presume che venga venduta per prima la merce acquistata più di recente, e in magazzino restano i costi più vecchi. In un periodo di prezzi in aumento, questo metodo tende a mostrare un utile più basso, perché il costo scaricato a conto economico riflette gli acquisti più recenti, più cari. È un criterio ordinario tanto quanto gli altri per chi segue il codice civile italiano, ma è precluso a chi redige il bilancio secondo i principi contabili internazionali (IAS/IFRS), che non lo ammettono.
  • Costo medio ponderato — non si segue l'ordine di acquisto, ma si calcola una media dei prezzi pagati, ponderata per le quantità: una via di mezzo che attenua le oscillazioni degli altri due metodi.

Nessuno di questi criteri è «quello vero»: sono modi legittimi e diversi di rispondere alla stessa domanda, e la nota integrativa deve sempre indicare quale sia stato scelto — con un'indicazione aggiuntiva, se il valore che ne risulta si discosta in modo apprezzabile dai costi correnti di fine anno — proprio perché la scelta ha un effetto reale, non solo sull'utile dichiarato, ma anche sulle imposte che ne derivano: non cambiano gli incassi e i pagamenti dell'anno, che restano gli stessi, ma cambia il risultato — e con esso IRES e IRAP dovute.

Il limite che vale comunque. Qualunque criterio si scelga fra quelli di costo, il valore delle rimanenze non può mai superare quello che l'azienda otterrebbe rivendendo o utilizzando davvero quella merce: se il valore di realizzazione desumibile dall'andamento del mercato è sceso sotto il costo — merce che si deprezza, moda passata, tecnologia superata — è quello più basso a comparire in bilancio. È di nuovo il principio di prudenza all'opera: non si può mostrare come «valore» qualcosa che, se venduto oggi, renderebbe meno — salvo poi ripristinare il valore originario, negli anni successivi, se le condizioni di mercato che avevano giustificato la riduzione vengono meno.

Un esempio con numeri piccoli chiarisce meglio di ogni definizione. Un'azienda compra la stessa merce tre volte nell'anno: 10 pezzi a 10 euro, poi 10 pezzi a 12 euro, infine 10 pezzi a 14 euro — 30 pezzi in tutto, per 360 euro di costo complessivo. A fine anno ne restano 10 invenduti. Con il FIFO, quei 10 pezzi rimasti sono considerati gli ultimi comprati, i più cari: restano in magazzino per 140 euro (10 × 14), e il costo scaricato a conto economico per i 20 venduti è quindi il più basso, 220 euro — utile più alto. Con il LIFO vale l'opposto: i 10 pezzi rimasti sono considerati i primi comprati, i più economici, restano in magazzino per 100 euro (10 × 10), e il costo scaricato è il più alto, 260 euro — utile più basso. Con il costo medio ponderato (360 euro diviso 30 pezzi, 12 euro a pezzo) i 10 rimasti valgono 120 euro, una via di mezzo fra gli altri due. Stessa merce, stessi acquisti, tre risultati diversi.

Una volta scelto un criterio, inoltre, non lo si cambia a piacimento di anno in anno: il principio di continuità dei criteri di valutazione (art. 2423-bis c.c.) impone di mantenerlo nel tempo, salvo casi eccezionali da motivare in nota integrativa — altrimenti diventerebbe uno strumento per aggiustare l'utile a piacimento, invece che un criterio tecnico.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Se si confrontano due bilanci — magari il proprio con quello di un concorrente, o il proprio di quest'anno con quello di tre anni fa — sapere quale criterio di magazzino è stato usato è indispensabile prima di trarre conclusioni sull'andamento dei margini: un utile più alto potrebbe dipendere dal metodo di valutazione scelto tanto quanto da una gestione migliore.

Livello 2 · Capitolo 06

Crediti, fondi e la differenza fra debito, fondo e riserva

Domande frequenti
Qual è la differenza tra debito, fondo per rischi e riserva?
Un debito è un'obbligazione certa nell'esistenza, nell'importo e nella scadenza. Un fondo per rischi e oneri è un accantonamento per una passività di esistenza certa o probabile, ma di importo o data non ancora definiti. Una riserva è una posta del patrimonio netto e non corrisponde a liquidità disponibile.
Il fondo svalutazione crediti si trova nel passivo del bilancio?
No: rettifica direttamente il valore dei crediti nell'attivo, che compaiono già al netto di quanto si stima di non incassare — non è una voce separata del passivo come i fondi rischi.
La riserva legale si può distribuire ai soci?
No, quasi mai: può essere utilizzata solo per coprire eventuali perdite future, a differenza di altre riserve che restano effettivamente disponibili.
Qual è la soglia della riserva legale?
Le società di capitali accantonano almeno il 5% dell'utile netto ogni anno, fino a raggiungere un quinto del capitale sociale (art. 2430 c.c.), con obbligo di reintegro se scende sotto quella soglia.

Tre parole che nel linguaggio comune si confondono facilmente, e che in un bilancio significano cose molto diverse fra loro: debito, fondo, riserva. Confonderle porta a leggere male la solidità di un'azienda — a scambiare, per esempio, un accantonamento prudenziale per un debito vero, o una riserva di patrimonio per una somma di denaro effettivamente disponibile.

Il debito è quanto di più certo esista in un bilancio: si sa esattamente a chi si deve, quanto si deve e, di solito, quando va pagato. Un debito verso un fornitore, verso una banca, verso l'Erario per imposte già liquidate: nessun margine di stima, solo un impegno preciso.

Il fondo per rischi e oneri vive invece nell'incertezza governata. È un accantonamento per un evento che si ritiene probabile, o comunque possibile in modo non trascurabile, ma di cui non si conosce con precisione l'importo o la data — una causa legale in corso il cui esito non è ancora scontato, una garanzia prestata su un prodotto che potrebbe generare richieste di riparazione, la manutenzione ciclica di un impianto che il contratto o la legge obbligano a ripristinare periodicamente. L'azienda, prudentemente, accantona ogni anno una quota stimata di quell'onere futuro, così che quando l'evento si manifesta davvero il suo effetto sul conto economico sia già stato in parte assorbito negli anni precedenti, invece di abbattersi tutto insieme sull'anno in cui accade. Questi fondi compaiono nel passivo, in una voce propria, distinta dai debiti veri e propri — così come il trattamento di fine rapporto, che pur essendo anch'esso un accantonamento maturato nel tempo ha una voce tutta sua, perché a differenza di un fondo rischi la sua esistenza e il suo importo non sono affatto incerti: matura anno per anno secondo regole precise. Un accantonamento, va detto per completezza, non è automaticamente un vantaggio fiscale: è deducibile dalle imposte solo se e nei limiti in cui una norma specifica lo prevede espressamente, non per il solo fatto di essere prudente.

I crediti verso clienti, quelli che quasi ogni azienda ha in bilancio, seguono una logica di prudenza molto simile ma con una collocazione diversa: quasi mai si incassa fino all'ultimo euro tutto ciò che i clienti devono, e per questo l'azienda stima quanto, di quei crediti ancora aperti, probabilmente non verrà mai pagato — basandosi sull'esperienza storica dei mancati incassi, più una valutazione specifica per i crediti già in sofferenza o soggetti a procedure concorsuali. Ma qui la prudenza non genera un fondo nel passivo: riduce direttamente il valore del credito stesso, nell'attivo, così che in stato patrimoniale il credito verso clienti compaia già al netto di quanto si stima di non incassare mai — non al lordo, con un fondo a parte a «correggerlo» più in basso nel documento.

La riserva, infine, non è un accantonamento per un evento futuro incerto: è patrimonio netto, cioè ricchezza dei soci — utili di esercizi precedenti che non sono stati distribuiti, o versamenti fatti dai soci oltre al capitale sociale, accantonati per rafforzare la solidità dell'azienda o per obbligo di legge. La più nota fra queste ultime è la riserva legale, che le società di capitali devono costituire accantonando ogni anno almeno un ventesimo (il 5%) dell'utile netto, fino a raggiungere un quinto del capitale sociale — con l'obbligo di reintegrarla se in futuro dovesse scendere sotto quella soglia (per le S.r.l. con capitale inferiore a 10.000 euro, e per le cooperative, valgono regole leggermente diverse). A differenza di un fondo, che per sua natura è già «prenotato» per un evento particolare, una riserva non è vincolata a uno scopo specifico — ma questo non vuol dire che sia sempre liberamente distribuibile ai soci: la riserva legale, in particolare, non lo è quasi mai, e può essere usata solo per coprire eventuali perdite future. Altre riserve, invece, restano davvero disponibili. La distinzione, insomma, non è «riserva uguale denaro pronto per i soci»: ogni riserva ha un proprio grado di libertà, e va guardata voce per voce.

Dove si trova ciascuna voce, in pratica: i debiti e i fondi per rischi e oneri stanno entrambi nel passivo, in voci distinte; il fondo svalutazione crediti non compare come voce a sé, ma già «dentro» il valore dei crediti, nell'attivo; la riserva sta nel patrimonio netto, insieme al capitale sociale. Un lettore poco attento potrebbe sommare debiti e fondi rischi come se fossero la stessa cosa — «quanto deve questa azienda» — perdendo un'informazione importante: i debiti sono un impegno certo e già scaduto o in scadenza, i fondi sono una prudenza contabile su eventi che potrebbero anche non verificarsi mai, o verificarsi per un importo diverso da quello accantonato. E confondere una riserva con la cassa disponibile è probabilmente l'errore di lettura più diffuso in assoluto: un'azienda può avere riserve ingenti in patrimonio netto e, nello stesso momento, zero liquidità in banca — perché la riserva è un valore contabile, non una somma di denaro fisicamente accantonata da qualche parte.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Quando si valuta se un'azienda è solida, la distinzione fra debiti, fondi e riserve dice molto più della loro semplice somma: un'azienda con pochi debiti ma fondi rischi consistenti sta segnalando, nella propria contabilità, che si aspetta problemi specifici in arrivo — un'informazione che vale la pena approfondire, non ignorare perché «tanto non è un debito vero».

Livello 2 · Capitolo 07

Ratei, risconti e le rettifiche di fine anno

Domande frequenti
Qual è la differenza tra rateo e risconto?
Il risconto rinvia all'esercizio successivo la quota di un costo o di un ricavo già rilevato in contabilità, ma di competenza anche del periodo a venire. Il rateo imputa all'esercizio in corso un costo o un ricavo già maturato per competenza, ma non ancora rilevato né regolato finanziariamente.
Un rateo o un risconto si applicano a una fattura isolata?
No: valgono solo per costi o ricavi comuni a due o più esercizi, il cui importo varia in funzione del tempo (contratti continuativi o periodici) — una fornitura una tantum si gestisce con una fattura da ricevere o da emettere.
Dove si trovano ratei e risconti in stato patrimoniale?
I ratei e risconti attivi nella voce D dell'attivo, i ratei e risconti passivi nella voce E del passivo (art. 2424 c.c.).
Un bilancio con molti ratei e risconti è un segnale negativo?
Al contrario: è indice di cura nella tenuta della contabilità. Il segnale da temere è un bilancio che li ignora del tutto.

Il capitolo 3 ha anticipato l'idea con l'esempio di un'assicurazione pagata a novembre per l'anno successivo. Questo capitolo la riprende e la mette a sistema, perché quell'esempio non è un caso isolato: è la punta di un intero gruppo di rettifiche che ogni azienda fa a fine anno, proprio per far coincidere il bilancio con la competenza economica invece che con i semplici movimenti di cassa. Si chiamano ratei e risconti, e sono probabilmente la parte più tecnica — ma anche più rivelatrice — di tutto il lavoro di chiusura di un esercizio.

Il problema di fondo è sempre lo stesso: i pagamenti e gli incassi non sono quasi mai allineati, nel tempo, con il periodo a cui davvero si riferiscono. Un affitto si paga in anticipo, un interesse bancario matura giorno per giorno ma viene addebitato solo a scadenza, un'assicurazione copre dodici mesi pagati tutti insieme. Se il bilancio si limitasse a registrare i movimenti di cassa così come avvengono, l'anno in cui si paga l'assicurazione risulterebbe artificialmente più caro, e l'anno successivo artificialmente più leggero — anche se, nella realtà operativa, l'azienda ha goduto della stessa identica copertura assicurativa in entrambi i periodi, solo distribuita diversamente.

I risconti nascono quando un costo o un ricavo è già stato interamente rilevato in contabilità — di norma perché già fatturato — ma la sua competenza si estende anche al periodo successivo. Non è tanto una questione di quando si sono mossi i soldi (un costo può essere fatturato a dicembre e pagato solo a gennaio, e genera comunque un risconto), quanto di quando quel costo o ricavo è stato registrato rispetto al periodo a cui davvero appartiene. Un risconto attivo rinvia all'anno successivo la quota di un costo già rilevato per intero, ma di competenza anche del periodo a venire — l'assicurazione dell'esempio del capitolo 3, o un affitto trimestrale fatturato in anticipo. Un risconto passivo fa il percorso opposto dal lato dei ricavi: un affitto che un'azienda fattura in anticipo al proprio inquilino, per un periodo che copre anche l'anno successivo, viene in parte «rinviato» — non tutto il ricavo già rilevato appartiene a quest'anno, solo la quota già maturata. Un limite importante, che evita di applicare ratei e risconti a sproposito: valgono solo per costi e ricavi comuni a due o più esercizi, il cui importo varia in funzione del tempo — un contratto continuativo o periodico, non una fornitura «una tantum». Una fattura isolata, non ancora arrivata o non ancora emessa, si tratta diversamente (fattura da ricevere o da emettere): materia più operativa, che questo corso lascia al percorso avanzato.

I ratei nascono nella situazione opposta: la competenza economica è già maturata, ma non è ancora stata rilevata alcuna scrittura — né, di conseguenza, si sono mossi i soldi. Un rateo attivo registra un ricavo già maturato ed esigibile solo in un esercizio successivo — interessi su un titolo che maturano mese per mese, ma che verranno accreditati, e quindi anche fatturati o comunque rilevati, solo alla scadenza della cedola. Un rateo passivo fa lo stesso dal lato dei costi: un costo già maturato — tipicamente interessi su un prestito — la cui rilevazione e il cui pagamento avverranno solo più avanti. In entrambi i casi, il bilancio anticipa qualcosa che non è ancora stato scritto da nessuna parte: non perché si stia «inventando» un valore, ma perché quel valore è già economicamente maturato, indipendentemente da quando verrà formalmente rilevato e da quando si muoveranno i soldi.

Un modo semplice per non confondere le quattro figure: risconto vuol dire già rilevato, competenza ancora da maturare; rateo vuol dire competenza già maturata, ancora da rilevare. Nel linguaggio tecnico si direbbe che i risconti «stornano» un valore già scritto, i ratei «integrano» un valore che ancora manca — un lessico che capita di incontrare altrove, utile solo da riconoscere. In entrambi i casi, «attivo» e «passivo» seguono la stessa logica dello stato patrimoniale — attivo quando è a favore dell'azienda (un costo rinviato, o un ricavo da rilevare), passivo quando è a suo sfavore (un ricavo rinviato, o un costo da rilevare) — e in stato patrimoniale si trovano rispettivamente fra le attività (voce D) e fra le passività (voce E).

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Un bilancio pieno di ratei e risconti non è un segnale d'allarme: è, semmai, un segnale di cura nella tenuta della contabilità. Il campanello d'allarme, semmai, è il contrario — un bilancio che li ignora del tutto, magari perché nessuno si è preso la briga di calcolarli, e che quindi rischia di mostrare un risultato d'esercizio meno affidabile di quanto sembri — un utile «vero» che, proprio per l'insieme di queste rettifiche, quasi mai coincide con il saldo del conto corrente: il documento che spiega dove sia finita la differenza, come si vedrà nel capitolo 11, è il rendiconto finanziario.

03

Leggere i numeri

Dalla riclassificazione agli indici, fino al rendiconto finanziario: gli strumenti per giudicare un'azienda nel suo insieme.

Livello 3 · Capitolo 08

Riclassificare il bilancio per capirlo meglio

Domande frequenti
Cosa significa riclassificare il bilancio?
Riordinare le voci di stato patrimoniale e conto economico secondo un criterio interpretativo — tipicamente finanziario o di pertinenza gestionale — diverso dallo schema legale, senza alterarne gli importi. Non è un obbligo di legge, ma una prassi professionale funzionale all'analisi.
La riclassificazione del bilancio è obbligatoria per legge?
No: nessuno schema di riclassificato è imposto dal codice civile, a differenza di stato patrimoniale e conto economico. Due professionisti possono legittimamente riclassificare lo stesso bilancio in modo diverso.
Cosa distingue il criterio finanziario da quello di pertinenza gestionale?
Il criterio finanziario ordina le voci per scadenza, entro o oltre l'anno; il criterio di pertinenza gestionale separa i risultati dell'attività tipica da quelli delle gestioni accessorie (finanziaria, patrimoniale, straordinaria).
Il criterio finanziario di riclassificazione è lo stesso del rendiconto finanziario?
No: la riclassificazione finanziaria riordina una singola fotografia dello stato patrimoniale; il rendiconto finanziario è un documento a sé che ricostruisce i flussi di cassa dell'intero esercizio.

Gli schemi obbligatori del bilancio — stato patrimoniale e conto economico, affiancati come si è visto dal rendiconto finanziario e dalla nota integrativa — sono pensati per essere completi e uniformi: ogni azienda italiana compila stato patrimoniale e conto economico secondo lo stesso schema di legge, il che li rende confrontabili, ma non necessariamente facili da leggere a colpo d'occhio. L'ordine delle voci segue una logica giuridica, non una logica di lettura immediata. Riclassificare un bilancio significa riordinare le stesse identiche voci, senza cambiarne un euro, secondo un criterio più utile a chi deve prendere una decisione — e a seconda del criterio scelto, lo stesso bilancio può mettere in luce aspetti diversi della stessa azienda. Da notare: nessuno schema di riclassificazione è imposto dalla legge, a differenza degli schemi di stato patrimoniale e conto economico — è prassi professionale consolidata, non un obbligo, ed è per questo che due professionisti diversi possono legittimamente riclassificare lo stesso bilancio in modi non identici.

Il criterio finanziario riordina lo stato patrimoniale per un'unica domanda: fra quanto tempo questa voce diventerà moneta, o dovrà essere pagata? Non è un criterio inventato dal nulla: lo stesso codice civile impone già di indicare separatamente, per crediti e debiti, la quota esigibile oltre l'esercizio successivo (art. 2424-bis c.c.) — è quell'informazione, già presente in bilancio, a rendere possibile il riordino. L'attivo si divide in immobilizzazioni — tutto ciò che resterà in azienda oltre i dodici mesi, la soglia convenzionale — e attivo corrente: liquidità già disponibile, crediti che diventeranno cassa entro l'anno, magazzino destinato a essere venduto nel breve periodo. Il passivo si divide allo stesso modo: debiti correnti, da pagare entro l'anno, e passività consolidate, con scadenza più lontana; il patrimonio netto, non avendo una scadenza, si considera sempre «a lungo termine». Un'insidia tipica, da non sottovalutare: un mutuo pluriennale non è «tutto» a lungo termine — solo la quota capitale ancora da rimborsare oltre i dodici mesi resta consolidata, mentre la rata in scadenza entro l'anno va conteggiata fra i debiti correnti, anche se il finanziamento nel suo complesso dura ancora a lungo. È il criterio che interessa soprattutto a chi deve giudicare la capacità dell'azienda di far fronte agli impegni nel tempo giusto — una banca, in primo luogo — e sarà la base per gli indici di solidità e liquidità del capitolo 10. Da non confondere, nonostante il nome simile, con il rendiconto finanziario: quello è un documento a sé, che ricostruisce i flussi di cassa dell'anno (capitolo 11) — la riclassificazione finanziaria riordina una singola fotografia, non un movimento, anche se le due cose sono imparentate: confrontare due stati patrimoniali riclassificati in questo modo, uno a inizio e uno a fine anno, è proprio il punto di partenza per costruire un rendiconto. Esiste anche un terzo criterio, più vicino a come lo leggerebbe una banca o un consulente finanziario — la riclassificazione funzionale, che isola il capitale investito netto nella gestione e la posizione finanziaria netta (debiti finanziari meno liquidità) — ma resta materia per un approfondimento successivo: i due criteri qui descritti bastano per orientarsi in un bilancio.

Il criterio della pertinenza gestionale riordina invece per rispondere a una domanda diversa: quali numeri derivano dall'attività tipica dell'azienda, e quali da tutto il resto? La gestione caratteristica raccoglie ricavi e costi che nascono dal cuore del business — vendere il prodotto o il servizio per cui l'azienda esiste. Le gestioni complementari raccolgono ciò che non è tipico: proventi e oneri finanziari (interessi attivi e passivi), gestione patrimoniale (affitti su immobili non strumentali, per esempio), e componenti di natura fiscale. È il criterio che interessa a chi vuole capire se un'azienda guadagna perché il suo prodotto funziona, o se un buon risultato d'esercizio nasconde in realtà una gestione caratteristica debole, tenuta a galla da proventi finanziari — un aspetto che oggi richiede più attenzione di un tempo: dal 2016 il conto economico non separa più per legge una sezione a parte per i componenti «straordinari» o non ripetibili, che restano confusi dentro le voci ordinarie di ricavo e di costo. Per estrarli, quando sono di importo o incidenza rilevante, occorre guardare la nota integrativa, che è tenuta a segnalarli.

Lo stesso vale per il conto economico, che può essere riclassificato «per natura» — raggruppando i costi per tipologia, materie prime, personale, servizi, indipendentemente da cosa hanno prodotto — o «per destinazione», raggruppandoli invece per la funzione a cui sono serviti: costo del venduto, costi commerciali, costi amministrativi. Lo schema di conto economico previsto dal codice civile è già, di partenza, uno schema per natura: è questa la ragione per cui la riclassificazione per natura resta la più diffusa nella prassi italiana, non una preferenza culturale — richiede solo di raggruppare voci già disponibili. La riclassificazione per destinazione, più vicina alla logica anglosassone e in grado di isolare meglio quanto è davvero costata la produzione di ciò che è stato venduto, è invece più rara, perché richiede dati che il bilancio pubblicato da solo non fornisce: servono le informazioni della contabilità analitica interna, che restano riservate all'azienda.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Un imprenditore che riceve un bilancio già riclassificato dal proprio commercialista — magari in occasione di una richiesta di finanziamento — non deve stupirsi se i numeri sono «diversi» da quelli che si aspettava di vedere: sono gli stessi euro, riordinati secondo un criterio pensato per rispondere a una domanda precisa, spesso quella di chi quel bilancio lo dovrà valutare, non quella di chi l'ha prodotto.

Livello 3 · Capitolo 09

Gli indici di redditività: ROE, ROI, ROS, ROA

Domande frequenti
Cosa sono il ROE e il ROI, e in cosa differiscono?
Il ROE (return on equity) esprime il rendimento del capitale proprio, come rapporto tra risultato netto e patrimonio netto. Il ROI (return on investment) esprime il rendimento del capitale investito nella gestione caratteristica, indipendentemente dalle relative fonti di finanziamento.
Perché il ROE può essere alto anche se il ROI è modesto?
Tipicamente per un forte ricorso alla leva finanziaria, che amplifica il rendimento del capitale proprio quando il ROI supera il costo del debito — una situazione da monitorare, non da dare per acquisita negli anni successivi.
Come si scompone il ROI?
ROI = ROS × rotazione del capitale investito, dove il ROS misura il margine sui ricavi e la rotazione misura quante volte il capitale investito si trasforma in fatturato nell'anno.
Il ROA si calcola sempre allo stesso modo?
No: in questo corso è risultato operativo diviso totale attivo, ma altre fonti lo calcolano come utile netto diviso totale attivo — prima di confrontare valori di fonti diverse conviene verificare quale definizione è stata usata.

«Quest'azienda rende?» è probabilmente la domanda più frequente che ci si pone guardando un bilancio, ed è anche quella che più spesso riceve una risposta sbagliata, perché si guarda un solo numero — l'utile — senza metterlo in rapporto con nulla. Centomila euro di utile sono un ottimo risultato per un'azienda che ha investito mezzo milione, e un risultato deludente per una che ne ha investiti dieci. Gli indici di redditività esistono proprio per questo: trasformano un numero assoluto in un rapporto, l'unico modo per renderlo confrontabile — con l'anno precedente, con un concorrente, con un investimento alternativo.

Il ROE — Return On Equity, indice di redditività del capitale proprio — è probabilmente il più letto di tutti, perché risponde alla domanda che interessa direttamente ai soci: quanto rende il capitale che hanno messo nell'azienda?

ROE = Risultato netto / Patrimonio netto

Un ROE del 12% dice che ogni 100 euro di patrimonio netto hanno generato 12 euro di utile nell'anno — un dato che va sempre confrontato con quanto renderebbe lo stesso capitale investito altrove, a parità di rischio: un ROE positivo ma inferiore a un investimento a basso rischio è un campanello d'allarme, non un risultato di cui vantarsi. Un'avvertenza tecnica: il patrimonio netto di fine anno contiene già l'utile che si sta misurando, quindi usarlo così com'è «gonfia» leggermente il denominatore rispetto a quello con cui l'azienda ha davvero lavorato durante l'anno; per questo, chi vuole un dato più preciso usa il patrimonio netto al netto dell'utile dell'esercizio, oppure la media fra inizio e fine anno.

Il ROI — Return On Investment, indice di redditività del capitale investito nella gestione tipica — guarda invece non al capitale dei soci, ma a tutto il capitale investito nell'attività caratteristica dell'azienda, comunque sia stato finanziato (capitale proprio o debiti):

ROI = Risultato operativo caratteristico / Capitale investito nella gestione caratteristica

Numeratore e denominatore devono restare coerenti: se al denominatore c'è solo il capitale della gestione caratteristica, al numeratore va il risultato che quella gestione produce, non un risultato più ampio che includa anche proventi da attività accessorie — altrimenti l'indice confronta due perimetri diversi e perde di senso. La differenza fra ROE e ROI è la chiave per capire da dove arriva la redditività di un'azienda: un ROI solido con un ROE deludente segnala tipicamente un problema nella gestione finanziaria — oneri finanziari troppo alti rispetto a quanto rende l'attività caratteristica — non nel prodotto o nel mercato in cui l'azienda opera.

Il ROI si scompone a sua volta in due fattori, che raccontano storie diverse pur arrivando allo stesso risultato:

ROI = ROS × Rotazione del capitale investito dove ROS = Risultato operativo / Ricavi di vendita e Rotazione = Ricavi di vendita / Capitale investito nella gestione caratteristica

Il ROS dice quanto margine resta su ogni euro di fatturato; la rotazione dice quante volte, in un anno, il capitale investito «si trasforma» in fatturato. Un supermercato tipicamente ha un ROS basso e una rotazione altissima — vende a margini ridotti, ma vende in fretta e spesso. Un'impresa edile è spesso l'opposto — ROS più alto, rotazione lenta, perché il capitale resta immobilizzato a lungo in ogni singola commessa. Nessuna delle due strategie è «migliore» in assoluto: quello che conta è che il prodotto dei due fattori dia un ROI soddisfacente, e che l'azienda sappia riconoscere, quando i numeri cambiano, se è cambiato il margine o la velocità di rotazione — la stessa causa produce conclusioni molto diverse.

Il ROA — Return On Assets completa il quadro guardando alla redditività lorda di tutti gli investimenti dell'azienda, comprese le componenti non tipiche (finanziarie, immobiliari):

ROA = Risultato operativo / Totale attivo

Al lordo di oneri finanziari e imposte: un indicatore più grezzo del ROI, che include nel denominatore anche gli investimenti non tipici (finanziari, immobiliari) — utile soprattutto per confronti fra aziende con strutture di finanziamento molto diverse fra loro. Attenzione, però, a chi legge fonti diverse dallo stesso corso: altrove il ROA viene spesso calcolato in modo più semplice, come utile netto diviso il totale dell'attivo — stessa idea di fondo, ma un numero diverso. Prima di confrontare il ROA di due fonti, conviene sempre controllare quale delle due definizioni è stata usata.

Un ultimo passaggio lega ROE e ROI fra loro, ed è probabilmente il più utile in pratica: se un'azienda si indebita, quel debito amplifica il ROE — nel bene e nel male — a seconda che il ROI sia superiore o inferiore al tasso di interesse pagato sui debiti stessi:

ROE = ROI + (ROI − tasso di interesse medio sui debiti onerosi) × (Debiti onerosi / Mezzi propri)

Dove per «debiti onerosi» si intendono i debiti finanziari veri e propri — mutui, finanziamenti, prestiti — non genericamente tutto ciò che l'azienda deve a qualcuno (un debito verso un fornitore, per esempio, di norma non ha un costo esplicito). Se il ROI supera il costo del debito, indebitarsi aumenta il ROE: l'azienda guadagna con il capitale preso in prestito più di quanto costa restituirlo, e la differenza va ai soci. Se invece il ROI scende sotto il costo del debito, succede l'esatto contrario: più l'azienda si indebita, più il ROE peggiora. È la leva finanziaria — lo stesso meccanismo per cui l'indebitamento può essere una scelta intelligente in un anno favorevole, e la stessa identica scelta può rivelarsi pesante l'anno successivo, se cambia il rendimento della gestione caratteristica.

Un esempio a due periodi

Un'azienda passa da un ROS del 18% e una rotazione di 1,4 (primo anno) a un ROS del 14% e una rotazione di 1,8 (anno successivo). Il ROI resta identico — 25,2% in entrambi i casi (18% × 1,4 = 14% × 1,8) — ma il modo in cui ci si arriva è cambiato del tutto: l'azienda genera più ricavi per ogni euro di capitale investito, a margini più bassi — il che può voler dire che ha venduto di più, ma anche che ha impiegato meno capitale a parità di fatturato (per esempio smobilizzando magazzino). Non è, di per sé, né un successo né un fallimento: è un'informazione, da incrociare con cosa è successo davvero nell'anno — la strategia commerciale dichiarata dall'azienda, o una riduzione degli investimenti — prima di trarre conclusioni.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Guardare solo il ROE, senza scomporlo, è come guardare la febbre senza cercarne la causa: dice che qualcosa non va (o va bene), ma non dice dove intervenire. Un ROE deludente ha origini molto diverse — un ROI debole, oneri finanziari eccessivi, un mix delle due cose — e solo scomponendolo si arriva a un'azione concreta invece che a una preoccupazione generica. Un'ultima cautela per chi confronta la propria azienda con altre: in una ditta individuale, o in una S.r.l. a conduzione familiare dove il compenso dell'amministratore è deciso più o meno liberamente dai soci, il reddito non riflette sempre il vero costo del lavoro imprenditoriale — ROE e ROS di aziende così strutturate vanno confrontati con cautela con quelli di società di dimensioni maggiori, dove quel costo è invece un elemento di mercato.

Livello 3 · Capitolo 10

Solidità e liquidità: l'azienda regge? paga i debiti a breve?

Domande frequenti
Cosa sono il margine di struttura e il capitale circolante netto?
Il margine di struttura (patrimonio netto meno immobilizzazioni nette) misura l'equilibrio finanziario di lungo periodo. Il capitale circolante netto (attività correnti meno passività correnti) misura la capacità di far fronte agli impegni di breve periodo. I due profili sono indipendenti dalla redditività dell'azienda.
Un margine di struttura negativo significa che l'azienda è in crisi?
Non necessariamente: indica che parte delle immobilizzazioni è finanziata con debiti anche a breve termine, una fragilità strutturale da monitorare, non un dato di crisi conclamata.
Qual è la soglia ideale del current ratio (indice di disponibilità)?
Per prassi si considera preferibile un valore fra 1,5 e 2, ma varia molto per settore: un'azienda della grande distribuzione può operare stabilmente sotto 1 senza che questo segnali una patologia.
Perché gli indici di solidità sono richiamati dalla normativa sulla crisi d'impresa?
Perché l'art. 2086 c.c. impone all'imprenditore di dotarsi di un assetto adeguato a rilevare per tempo gli squilibri patrimoniali e finanziari e la sostenibilità dei debiti nei dodici mesi successivi.

Un'azienda può essere estremamente redditizia — ROE e ROI eccellenti, capitolo precedente — e trovarsi comunque in difficoltà. Sembra un controsenso, ma non lo è: la redditività dice se un'azienda, nel tempo, crea valore; la solidità e la liquidità dicono se quell'azienda arriverà a vedere quel tempo, perché nel frattempo riesce a pagare gli stipendi, i fornitori, la rata del mutuo. Sono due domande diverse, e un bilancio brillante sulla prima può nascondere una fragilità seria sulla seconda — un controllo che oggi non è solo buon senso gestionale: la legge chiede esplicitamente all'imprenditore di dotarsi di un assetto che permetta di rilevare per tempo gli squilibri patrimoniali e finanziari e la sostenibilità dei debiti nei dodici mesi successivi (art. 2086 c.c.), proprio per intercettare una crisi prima che diventi irreversibile.

Gli indici di questo capitolo presuppongono un passaggio preliminare già visto nel capitolo 8: lo stato patrimoniale riclassificato con il criterio finanziario, che separa ciò che scade entro l'anno da ciò che scade oltre. Questa separazione non è già pronta nel bilancio depositato così com'è, ma il codice civile impone comunque di indicare distintamente, per ciascuna voce di credito e di debito, la quota esigibile oltre l'esercizio successivo — è quell'informazione a rendere possibile la riclassificazione e, di conseguenza, il calcolo di questi indici.

La solidità guarda al lungo periodo: la struttura dei finanziamenti dell'azienda è equilibrata? Il punto di partenza è il margine di struttura, che confronta il patrimonio netto — i mezzi propri — con le immobilizzazioni nette:

Margine di struttura = Patrimonio netto − Immobilizzazioni nette

Se il margine è positivo, l'azienda ha finanziato con mezzi propri non solo le proprie immobilizzazioni, ma anche una parte del capitale circolante — una situazione solida. Se è negativo, significa che parte delle immobilizzazioni — beni che per natura restano in azienda a lungo — è stata finanziata con debiti, magari anche a breve termine: una scelta che può reggere per un periodo, ma che espone l'azienda al rischio di dover rinnovare finanziamenti a breve per pagare beni che generano ritorni solo nel lungo periodo. La stessa relazione, espressa come quoziente anziché come differenza, dà l'indice di autocopertura del capitale fisso (patrimonio netto diviso immobilizzazioni), con la stessa lettura: sopra 1 è la situazione preferibile. Una versione meno rigida dello stesso margine considera «propri» anche i finanziamenti a lungo termine, non solo il patrimonio netto — margine di struttura secondario, calcolato come patrimonio netto più passività consolidate meno immobilizzazioni nette — che dà, non per caso, esattamente lo stesso risultato del capitale circolante netto descritto qui sotto: due modi di guardare alla stessa area di equilibrio, da due lati opposti dello stato patrimoniale.

La liquidità guarda invece al breve periodo: l'azienda ha abbastanza risorse rapidamente disponibili per pagare ciò che scade entro l'anno? Qui il protagonista è il capitale circolante netto (CCN), la differenza fra tutto ciò che diventerà liquidità entro l'anno e tutto ciò che andrà pagato entro l'anno:

CCN = Attività correnti − Passività correnti

Un CCN positivo indica, in prima battuta, un equilibrio fra i tempi di incasso e i tempi di pagamento. La stessa relazione, espressa come quoziente, è l'indice di disponibilità (current ratio) — attività correnti diviso passività correnti — con la stessa lettura di fondo. Ma il CCN, da solo, può ingannare, perché mette nello stesso calderone la cassa già disponibile e il magazzino, che è sì un'attività corrente ma richiede tempo — e a volte incertezza — per trasformarsi in moneta. Per questo si affianca un indicatore più severo, il margine di tesoreria, che esclude il magazzino e guarda solo a ciò che è già liquido o quasi:

Margine di tesoreria = (Liquidità immediate + Liquidità differite) − Passività correnti

Un margine di tesoreria negativo, anche con un CCN positivo, è il segnale più concreto di tensione finanziaria di breve periodo: vuol dire che, senza contare sul magazzino, l'azienda non avrebbe abbastanza risorse rapidamente disponibili per onorare gli impegni in scadenza. Lo stesso rapporto espresso come indice — l'indice di liquidità, o quick ratio — è quello che per prassi va guardato con più attenzione: un valore molto più basso di 1 segnala la stessa tensione, un valore molto più alto può indicare, all'opposto, liquidità tenuta inutilmente ferma invece che investita.

Sulle soglie appena citate — 1 per il margine di struttura/autocopertura e per il quick ratio, un intorno di 1,5-2 per il current ratio — vale una cautela di fondo: sono regole empiriche di prassi, non soglie di legge, e variano molto da settore a settore. Un'azienda della grande distribuzione, per esempio, lavora strutturalmente con un current ratio sotto 1 senza che questo segnali automaticamente una patologia, perché il suo magazzino ruota molto più in fretta di quello di un'azienda manifatturiera. Vanno sempre lette in prospettiva, confrontandole con l'andamento storico della stessa azienda e con altre dello stesso settore, non con un numero isolato. Va anche detto che chi legge dall'esterno il bilancio di un'azienda che si è avvalsa degli schemi semplificati per le imprese più piccole (bilancio abbreviato o da micro-impresa) può trovare queste informazioni aggregate in modo più sintetico, e non sempre riesce a ricostruire con precisione il margine di tesoreria: un limite da tenere presente, non un difetto del metodo.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Un imprenditore che guarda solo l'utile a fine anno può ritrovarsi, con un bilancio in attivo, nell'incapacità di pagare un fornitore il mese successivo — non per cattiva gestione del business, ma per uno squilibrio fra i tempi di incasso dai propri clienti e i tempi di pagamento verso i propri fornitori. Gli indici di questo capitolo sono lo strumento con cui accorgersene prima che accada, non dopo.

Livello 3 · Capitolo 11

Il rendiconto finanziario in breve: da dove arrivano e dove vanno i soldi

Domande frequenti
Cos'è il rendiconto finanziario?
È il documento che ricostruisce la variazione delle disponibilità liquide dell'esercizio, distinguendo i flussi generati dalla gestione operativa, dall'attività di investimento e dall'attività di finanziamento (art. 2425-ter c.c.). Spiega perché il risultato d'esercizio e la variazione di cassa, di norma, non coincidono.
Quali sono le tre aree del rendiconto finanziario?
Attività operativa (o gestione reddituale), attività di investimento e attività di finanziamento — gli stessi nomi che si trovano in un rendiconto vero.
Perché l'ammortamento va sommato all'utile nel calcolo del flusso di cassa?
Perché è un costo che riduce l'utile ma non corrisponde a un'uscita di cassa nell'anno in cui viene registrato: i soldi sono già usciti al momento dell'acquisto del bene.
Tutte le imprese devono redigere il rendiconto finanziario?
No: ne sono esonerate le imprese che si avvalgono degli schemi di bilancio abbreviato o da micro-impresa.

È stato annunciato fin dal capitolo 2 come uno dei documenti del bilancio, e più volte richiamato lungo il corso ogni volta che si è affacciata la stessa domanda: perché un'azienda in utile può restare senza cassa? Il rendiconto finanziario è la risposta strutturata a quella domanda. Non è un approfondimento opzionale: per le imprese che redigono il bilancio in forma ordinaria è un documento obbligatorio quanto lo stato patrimoniale e il conto economico (art. 2425-ter c.c.) — ne sono esonerate solo le imprese che si avvalgono degli schemi abbreviati o da micro-impresa (capitolo 2), e anche per queste ultime capire la sua logica aiuta a leggere meglio qualunque bilancio.

Il problema che risolve. Lo stato patrimoniale mostra la cassa disponibile a fine anno; il conto economico mostra il risultato d'esercizio. Nessuno dei due, da solo, spiega come si è passati dalla cassa di inizio anno a quella di fine anno — un percorso che, come si è visto ripetutamente in questo corso, non coincide affatto con il semplice utile o la semplice perdita, per via della competenza economica e delle rettifiche di fine anno. Il rendiconto finanziario ricostruisce quel percorso, dividendo i movimenti di cassa dell'anno in categorie omogenee.

Le tre aree generatrici di flussi. Il rendiconto distingue i flussi di cassa dell'anno in tre aree, esattamente i nomi che si trovano aprendo un rendiconto vero: l'attività operativa (o gestione reddituale) — l'attività ordinaria, quella che genera il risultato d'esercizio; l'attività di investimento — acquisto e vendita di immobilizzazioni; e l'attività di finanziamento — accensione e rimborso di finanziamenti, aumenti di capitale, distribuzione di dividendi, comprese le operazioni con i soci. Tenerle distinte, invece di sommarle tutte insieme, dice molto: un'azienda che investe parecchio finanziandosi con nuovo debito racconta una storia diversa da una che investe con mezzi propri, o che disinveste per ripagare debiti pregressi — la stessa variazione di cassa complessiva può nascere da situazioni opposte. Sommando i flussi delle tre aree si ottiene comunque la variazione di cassa dell'anno — lo stesso numero che si otterrebbe confrontando la cassa di inizio e fine anno, ma questa volta spiegato voce per voce, non solo constatato.

Perché il flusso dell'attività operativa non è mai uguale all'utile. Il risultato d'esercizio contiene componenti che non hanno mai mosso un euro di cassa — l'ammortamento è l'esempio più immediato: è un costo vero, che riduce l'utile, ma non corrisponde a un'uscita di denaro nell'anno in cui viene registrato (i soldi sono già usciti, tutti insieme, al momento dell'acquisto del bene, come visto nel capitolo 4). Per questo, per ricostruire il flusso di cassa generato dalla gestione ordinaria, si parte dall'utile e lo si rettifica — un modo di procedere che si chiama, non a caso, metodo indiretto, il più diffuso nella prassi italiana: si sommano di nuovo i costi che non hanno generato uscite (come l'ammortamento), si sottraggono gli aumenti di crediti e magazzino (un ricavo già in conto economico ma non ancora trasformato in cassa, o denaro immobilizzato in scorte), e si sommano gli aumenti dei debiti verso fornitori (un costo già in conto economico ma non ancora pagato) — con la logica opposta se quelle voci diminuiscono invece di aumentare. Un esempio minimo: un'azienda con un utile di 100, ammortamenti per 20 (da sommare, perché non sono uscita di cassa) e un aumento dei crediti verso clienti di 30 (da sottrarre, perché è un ricavo non ancora incassato) genera un flusso di cassa dall'attività operativa di 90 — inferiore all'utile, pur essendo un anno andato bene.

Un'azienda in utile può restare senza cassa in molti modi, e il rendiconto finanziario li rende visibili tutti insieme: crediti verso clienti che crescono più in fretta dei ricavi (l'azienda vende, ma non incassa), magazzino che si gonfia in vista di una crescita che tarda ad arrivare, investimenti importanti in nuovi macchinari finanziati con mezzi propri invece che con un mutuo, un rimborso di debiti consistente nello stesso anno in cui l'utile è stato solido. Nessuno di questi fatti compare nell'utile; tutti compaiono nel rendiconto finanziario, ed è per questo che le banche, prima di concedere un finanziamento, lo leggono con la stessa attenzione del conto economico, se non di più.

Perché conviene saperlo, da imprenditore

Un utile solido senza un flusso di cassa altrettanto solido non è necessariamente un problema — spesso è il prezzo naturale della crescita, che assorbe cassa in magazzino e crediti prima di restituirla — ma va riconosciuto e gestito consapevolmente, non scoperto quando in banca non ci sono più soldi per pagare gli stipendi.

Livello 3 · Capitolo 12

Caso guidato: leggere un bilancio vero, voce per voce

In breve
Come si mette in pratica quanto visto finora?
Con un caso applicativo, costruito su un bilancio di fantasia (Gamma S.r.l.), che ripercorre in forma di domande e risposte i concetti trattati nei capitoli precedenti — le quattordici domande qui sotto.

Un bilancio di fantasia, costruito apposta per questo corso — nessuna azienda reale, nessun caso storico: Gamma S.r.l., una piccola impresa manifatturiera. Le cifre sono sintetiche ma coerenti fra loro, come in un bilancio vero. L'esercizio non è calcolare: è collegare ogni domanda al capitolo del corso che la spiega, come si farebbe aprendo davvero il proprio bilancio o quello di un partner commerciale.

Attivo (importi in euro, già al netto dei fondi ammortamento)
Immobilizzazioni immateriali (software)40.000
Immobilizzazioni materiali (terreno 60.000 + capannone/macchinari 320.000)380.000
Immobilizzazioni finanziarie (partecipazione)15.000
Rimanenze90.000
Crediti verso clienti140.000
Disponibilità liquide35.000
Ratei e risconti attivi5.000
Totale attivo705.000
Passivo (importi in euro)
Capitale sociale100.000
Riserva legale20.000
Altre riserve60.000
Utile dell'esercizio45.000
Fondo rischi e oneri30.000
Trattamento di fine rapporto55.000
Debiti verso banche (50.000 entro l'anno, 200.000 oltre)250.000
Debiti verso fornitori130.000
Debiti tributari10.000
Ratei e risconti passivi5.000
Totale passivo705.000
Conto economico sintetico (euro)
Ricavi delle vendite880.000
Variazione delle rimanenze di prodotti finiti+20.000
Valore della produzione900.000
Costi della produzione (materie prime, servizi, personale, ammortamenti, accantonamenti)820.000
Risultato operativo80.000
Oneri finanziari netti−20.000
Risultato prima delle imposte60.000
Imposte dell'esercizio−15.000
Utile dell'esercizio45.000
  1. 01Gamma è una S.r.l.: cosa comporta questo per chi ci ha investito capitale, se l'azienda dovesse un giorno non riuscire a pagare i propri debiti?

    Dei debiti risponde solo la società, con il proprio patrimonio: il rischio del socio è limitato a quanto si è impegnato a conferire, non necessariamente a quanto ha già versato — se restasse un residuo ancora dovuto sul capitale sottoscritto, quello resterebbe aggredibile.

  2. 01bisE se Gamma avesse un socio unico?

    La regola non cambia nella sostanza, ma con un socio solo la separazione patrimoniale può venire meno in alcuni casi previsti dalla legge (per esempio se i conferimenti non sono stati versati per intero secondo le regole previste, o se mancano certi adempimenti pubblicitari): un dettaglio da conoscere se si valuta di costituire una S.r.l. unipersonale, materia per il commercialista in fase di costituzione.

  3. 02Oltre a stato patrimoniale e conto economico, quali altri documenti fanno parte per legge del bilancio di Gamma, se redige il bilancio in forma ordinaria?

    Il rendiconto finanziario e la nota integrativa.

  4. 03Dove si troverebbe scritto con quale criterio Gamma ha valutato le rimanenze da 90.000 euro — costo specifico, FIFO, LIFO o costo medio ponderato?

    Nella nota integrativa.

  5. 04Il capannone e i macchinari (320.000 euro) generano un costo di ammortamento. Il terreno sotto il capannone (60.000 euro) genera lo stesso tipo di costo?

    No: il terreno non si ammortizza, perché non si consuma con l'uso.

  6. 05La variazione delle rimanenze è positiva per 20.000 euro: il magazzino è cresciuto rispetto all'anno precedente. Questo aumento ha fatto entrare o uscire cassa dall'azienda?

    Né l'una né l'altra cosa direttamente in questa riga: la variazione delle rimanenze è una rettifica contabile, non un movimento di cassa. Ma un magazzino cresciuto significa che l'azienda ha impiegato denaro per comprare o produrre merce che non ha ancora venduto — un assorbimento di cassa che si vedrà bene nel rendiconto finanziario.

  7. 06Il fondo rischi e oneri (30.000 euro) e i debiti verso banche (250.000 euro) sono entrambi importi che Gamma «deve»: in cosa differiscono?

    I debiti verso banche sono certi nell'importo e nella scadenza; il fondo rischi copre un evento la cui esistenza è certa o probabile, ma il cui importo o la cui data restano stimati.

  8. 07I ratei e risconti attivi e passivi, 5.000 euro ciascuno: rappresentano soldi che Gamma deve incassare o pagare a brevissimo?

    Non necessariamente: possono anche riferirsi a competenza già maturata (ratei) i cui incassi/pagamenti avverranno più avanti, o a valori già rilevati la cui competenza si sposta nell'anno successivo (risconti) — la loro natura si scopre solo leggendo la nota integrativa.

  9. 08Riclassificando lo stato patrimoniale con il criterio finanziario, quali voci dell'attivo finiscono fra le «attività correnti»?

    Rimanenze, crediti verso clienti, disponibilità liquide e ratei/risconti attivi — qui si assume, per semplicità del caso, che tutti i crediti siano esigibili entro i dodici mesi; in un bilancio vero andrebbe verificato voce per voce. Le immobilizzazioni restano fuori, destinate a restare in azienda oltre l'anno.

  10. 09Qual è il ROE di Gamma, e cosa dice ai soci?

    45.000 / 225.000 = 20%. Ogni 100 euro di patrimonio netto hanno generato 20 euro di utile nell'anno — un risultato solido, da confrontare comunque con investimenti alternativi a parità di rischio.

  11. 10Il margine di struttura di Gamma — 225.000 − 435.000 = −210.000 — è negativo. Cosa significa, e come si concilia con un ROE così alto?

    Significa che una parte consistente delle immobilizzazioni è finanziata con debiti, non con mezzi propri: una fragilità strutturale di lungo periodo. Si concilia perfettamente con un ROE alto, perché redditività e solidità rispondono a due domande diverse — un'azienda può guadagnare bene e restare, allo stesso tempo, esposta se i finanziamenti a cui si appoggia dovessero irrigidirsi — è il punto centrale di tutto il corso.

  12. 11Le passività correnti sommano a 195.000 euro, le attività correnti a 270.000. Cos'è successo all'indice di disponibilità?

    270.000 / 195.000 ≈ 1,38: nell'intervallo di sicurezza, ma sotto il livello di prassi più confortevole (1,5-2). Escludendo il magazzino, il quick ratio è (270.000 − 90.000) / 195.000 ≈ 0,92, leggermente sotto 1 — un segnale in più da tenere d'occhio, non un allarme isolato.

  13. 11bisIl margine di struttura «secondario» — patrimonio netto più passività consolidate meno immobilizzazioni nette — cosa dice di Gamma?

    225.000 + 285.000 (debiti banche oltre l'anno 200.000 + TFR 55.000 + fondo rischi 30.000) − 435.000 = +75.000, positivo — lo stesso risultato del CCN del punto 11, letto dal lato opposto dello stato patrimoniale. Guardando solo ai mezzi propri Gamma è fragile; allargando lo sguardo ai finanziamenti stabili nel complesso, la situazione si equilibra — a patto che restino davvero stabili nel tempo.

  14. 12L'utile è 45.000 euro, la cassa a fine anno è 35.000 euro — meno del capitale sociale conferito all'origine (100.000 euro): è una contraddizione?

    No, ed è un errore di lettura comune: il capitale sociale non è una somma di denaro tenuta da parte, è una posta ideale del patrimonio netto che segna quanto i soci hanno conferito all'origine — quel denaro è stato investito in capannone, macchinari, magazzino, crediti ai clienti. Cercare il capitale sociale in cassa è come cercare il prezzo di una casa nel portafoglio di chi l'ha comprata anni fa. Il motivo specifico per cui la cassa resta contenuta — ammortamenti, magazzino e crediti che assorbono cassa nonostante l'utile — è esattamente ciò che il rendiconto finanziario permette di ricostruire voce per voce.

A questo punto del corso

Chi è arrivato fin qui ha tutti gli strumenti concettuali per aprire un bilancio vero — il proprio, o quello di un'azienda con cui si sta per fare affari — senza fermarsi al solo utile in fondo alla pagina. Per applicarli a un caso reale, o per approfondire la parte operativa di registrazione delle scritture, lo Studio resta a disposizione — così come il percorso avanzato di questa stessa Academy, per chi gestisce direttamente una contabilità.

Riferimento · Glossario

I termini del corso, in un solo posto.

Ogni voce è definita anche nel capitolo di appartenenza; questo glossario le raccoglie tutte insieme, per chi cerca una definizione precisa senza dover ritrovare il capitolo giusto.

Bilancio d'esercizio
Insieme dei documenti — stato patrimoniale, conto economico, rendiconto finanziario, nota integrativa — che un'impresa redige per rappresentare la propria situazione patrimoniale, economica e finanziaria (art. 2423 c.c.).
Stato patrimoniale
Prospetto che espone attivo, passivo e patrimonio netto alla data di chiusura dell'esercizio.
Conto economico
Prospetto che espone ricavi e costi dell'esercizio, la cui differenza è il risultato d'esercizio.
Rendiconto finanziario
Documento che ricostruisce i flussi di cassa dell'esercizio, distinti in attività operativa, di investimento e di finanziamento (art. 2425-ter c.c.).
Nota integrativa
Documento che illustra i criteri di valutazione adottati e le informazioni complementari richieste dalla legge (art. 2427 c.c.).
Competenza economica
Principio per cui costi e ricavi si imputano all'esercizio a cui si riferiscono, indipendentemente dal momento dell'incasso o del pagamento (art. 2423-bis c.c.).
Partita doppia
Metodo di rilevazione contabile in cui ogni operazione è registrata in due sezioni contrapposte — dare e avere — di uno o più conti.
Immobilizzazioni
Elementi patrimoniali destinati a un utilizzo durevole nell'impresa: materiali, immateriali o finanziarie.
Ammortamento
Ripartizione sistematica del costo di un'immobilizzazione sugli esercizi corrispondenti alla sua vita utile (art. 2426 c.c.).
Valore netto contabile
Costo di un'immobilizzazione al netto degli ammortamenti e delle eventuali svalutazioni accumulati.
Svalutazione
Riduzione del valore contabile di un bene per una perdita di valore durevole, non temporanea.
Rimanenze
Beni in giacenza — merci, materie prime, prodotti — non ancora impiegati o venduti alla data di chiusura dell'esercizio.
FIFO · LIFO · Costo medio ponderato
Criteri convenzionali di valutazione delle rimanenze di beni fungibili, ammessi in alternativa (art. 2426 n. 10 c.c.).
Debito
Obbligazione certa nell'esistenza, nell'importo e nella scadenza.
Fondo per rischi e oneri
Accantonamento per una passività di esistenza certa o probabile, ma di importo o data non ancora definiti.
Riserva
Posta del patrimonio netto costituita da utili non distribuiti o versamenti dei soci, distinta dal capitale sociale.
Riserva legale
Riserva obbligatoria per le società di capitali, pari ad almeno il 5% dell'utile netto annuo fino a un quinto del capitale sociale (art. 2430 c.c.).
Trattamento di fine rapporto (TFR)
Retribuzione differita maturata dal lavoratore dipendente, iscritta come voce autonoma del passivo.
Rateo
Quota di un costo o di un ricavo di competenza dell'esercizio, non ancora rilevata né regolata finanziariamente.
Risconto
Quota di un costo o di un ricavo già rilevato in contabilità, ma di competenza di un esercizio successivo.
Riclassificazione del bilancio
Riordino delle voci di bilancio secondo un criterio interpretativo — finanziario o di pertinenza gestionale — diverso dallo schema legale.
Gestione caratteristica
Insieme delle operazioni che costituiscono l'attività tipica dell'impresa, distinte dalle gestioni accessorie.
ROE (return on equity)
Rapporto tra risultato netto e patrimonio netto: misura il rendimento del capitale proprio.
ROI (return on investment)
Rapporto tra risultato operativo caratteristico e capitale investito nella gestione caratteristica.
ROS (return on sales)
Rapporto tra risultato operativo e ricavi di vendita: misura il margine sul fatturato.
ROA (return on assets)
Rapporto tra risultato operativo e totale attivo in questo corso; altre fonti lo calcolano sull'utile netto.
Leva finanziaria
Effetto per cui il ricorso al debito amplifica il ROE, in senso positivo o negativo, a seconda che il ROI superi o meno il costo del debito.
Margine di struttura
Differenza tra patrimonio netto e immobilizzazioni nette: misura l'equilibrio finanziario di lungo periodo.
Capitale circolante netto (CCN)
Differenza tra attività correnti e passività correnti: misura la capacità di far fronte agli impegni di breve periodo.
Margine di tesoreria
Differenza tra liquidità immediate e differite e passività correnti, al netto del magazzino.
Quick ratio · Current ratio
Espressione in forma di indice, rispettivamente, del margine di tesoreria e del capitale circolante netto.
Metodo indiretto
Modalità più diffusa di costruzione del flusso di cassa operativo: rettifica il risultato d'esercizio per le componenti non monetarie e le variazioni del capitale circolante.

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